Ha senso un Nuovo partito liberale?

Ha senso un Nuovo partito liberale?

L’organizzazione di un sistema di partito non obbedisce solo a criteri ideologici, come se ogni ideologia dovesse avere un partito specifico che lo rappresenta.

Con ciò non intendo dire che l’organizzazione del sistema del partito sia indifferente alle ideologie, come se non contassero o fossero semplici ornamenti. Naturalmente, le ideologie svolgono un ruolo rilevante, insostituibile, determinante. Ciò che intendo è che ci sono molte altre realtà che influenzano in modo decisivo la creazione di un sistema di partito.

Il carisma di un leader può determinare l’emergere di un partito in cui si intersecano diverse ideologie o correnti, sebbene con tensioni compatibili. Lo stesso può accadere in reazione o in preparazione a un evento traumatico, aggregando persone distinte che si uniscono secondo la loro posizione comune di fronte a tale evento (la resistenza ad esempio). Proprio come può accadere che speciali relazioni umane o storiche determinino il conglomerato di idee distinte, unite da uno scopo che le sovrappone in qualche modo (la ricostruzione post-bellica).

Queste considerazioni servono solo allo scopo di contestualizzare la domanda che mi pongo negli ultimi mesi, creare un partito che traduca e raffiguri i valori liberali.

Questa domanda sembra presumere che il sistema del partito sia organizzato esclusivamente sulla base di ideologie, in una sorta di puzzle dogmatico. In tal senso, e in tal caso, avrebbe sicuramente senso per i liberali riunirsi, formare il loro partito, competere con le altre ideologie (semplifichiamo, lasciando da parte la discussione sul fatto che il liberalismo sia o meno un’ideologia).

Ma questa non è la realtà. I sistemi di partito rappresentano molto più di una raccolta organizzata di ideologie. E sono sistemi viventi, organici, umani, in evoluzione, respirano, prendono vita, spesso si allontanano dall’ordine freddo e coerente delle filosofie politiche. 

Se lo scopo è quello di introdurre nel sistema un partito che rappresenta dogmaticamente il liberalismo, un’affermazione ideologica permanente e non inquinata, vedo poco utile lo sforzo, il che non significa che non possa avere senso per coloro che lo sviluppano.

Per quanto tempo sarebbe possibile mantenere questa condizione non inquinata? 
Qual è la giusta risposta liberale a ciascuna delle domande quotidiane? 
Potrebbe esserci più di un approccio al liberalismo?
Dove inizia e finisce il liberalismo che deve essere rappresentato nel partito liberale? 
Non sarebbe più appropriato dividere il partito liberale in vari partiti che rappresentano i vari liberalismi iniziando a dettare risposte distinte ai problemi quotidiani? 

E se questo partito non dovesse avere la maggioranza, dovrebbe esserci coalizione con le altre parti, i non liberali, con politiche pubbliche miste, o il partito dovrebbe essere tenuto lontano da qualsiasi accordo che lo contamini? 

Qual è la risposta liberale a questa sfida?

Si dira’, giustamente, che tutte le parti affrontano questi dubbi, che in nessuna parte esiste un tale grado di purezza, che non c’è spazio per avere risposte, dibattiti, controversie diverse. Cioè, non c’è contraddizione tra avere un partito liberale che ospita altre ideologie o filosofie compatibili o averlo come parte di un movimento più grande.

Si dira’ anche, altrettanto giustamente, che a un partito liberale non è impedita la vocazione pragmatica. Cioè, non vi è alcuna contraddizione tra avere un partito liberale e, allo stesso tempo, non cercare di costruire una realtà alla luce delle idee, ma chiedere alle idee come possono rispondere alle sfide del momento, spesso senza consenso.

Tuttavia, nell’ipotesi di un partito dogmatico, queste osservazioni non hanno senso. Questo partito sarebbe stato fondato proprio in reazione a tali partiti, cercando di essere una dichiarazione ideologica in mezzo a tanta mescolanza. Ha poco senso che, per giustificare la sua azione, finisca per usare l’esempio delle altre parti. 

Naturalmente il partito può sempre scegliere di essere dogmatico, costituendo un solido riferimento ideologico in qualche modo immobile, un faro. Un partito irriducibile.

Dubito che questa condizione possa essere mantenuta a lungo. In tali partiti, che si affermano nella purezza, la tendenza al divisionismo è grande.

In breve tempo ci sarebbero concorsi di purezza, la rimozione di persone che non sono seriamente liberali.
La fine sarebbe segnata.

Se lo scopo è invece quello di introdurre un nuovo partito politico che, con il liberalismo come forza trainante, intende entrare nel sistema, preparato agli gli scontri con la realtà, disposto a mettere in pratica le sue politiche e non solo teoricamente, la domanda assume nuovi contorni. 

Tutto dipende, ovviamente, dal livello di illiberalismo del sistema esistente, ed è certo che non tutti i liberali saranno d’accordo con la valutazione del illiberalismo.

La risposta dipende anche dal sistema nel suo insieme, quali maggioranze può generare se le può generare e quali vantaggi politici, che non sono mai apprezzamenti inequivocabili. La risposta dipende anche dal progetto e se può contribuire attivamente al miglioramento delle politiche pubbliche, un’analisi raramente consensuale. 

Perché non stiamo parlando di progettare un sistema di partito da zero, ma di modificarlo, il che non è mai irrilevante.

Penso che la domanda non abbia una risposta singola o giusta e, da buon liberale rispondo: dipende. Ognuno a suo modo, nel suo apprezzamento della realtà, sta cercando il modo migliore per praticare il liberalismo, ed ha perfettamente senso essere giudicato politicamente per questo.

Detto questo, sono convinto che il discorso liberale sia rilevante e interessante a livello elettorale. Non sono affatto convinto che sia un errore difendere il liberalismo. Potrebbe aver bisogno di un po’ di contestualizzazione, un po’ di lavoro informativo, molto supporto (quindi sì, lo ribadisco, mancano le coesioni), ma è un discorso rilevante.

Ed è quello di cui il Paese ha bisogno: più libertà.

Perche’ ciò che abbiamo in Italia non è il liberalismo, e’ il capitalismo di stato, forse, o il clientelismo, ma non il vero liberalismo.

Si dira’ che la liberalizzazione è nemica dello stato sociale, dei più svantaggiati, privilegia i ricchi. Non è ciò che gli pensano, ad esempio, gli svedesi, al 19° posto nella classifica dei paesi a maggior libertà economica, né i danesi, che sono al 14° posto, né i finlandesi, che sono al 20 ° .

L’Italia e’ al 80° posto, ottantesimo.

Riferimenti: https://www.heritage.org/index/ranking

holyghostpro

Antropologo informatico, Trauma Nurse, memetista, influencer, blogger, editor e ghostwriter. Studio Management Delle Associazioni Sanitarie. Scrivo testi gratuiti per editori online.
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